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Giuliano Gasperi John Robbiani

Smaltite le fatiche e l’emozione della maratona elettorale, Filippo Lombardi è il ritratto della serenità. Non è stato così fin dall’inizio per il neoeletto del PPD nel Municipio di Lugano. Lo abbiamo incontrato.

Signor Lombardi, con che stato d’animo ha vissuto la corsa verso le urne?

«Quando ci sono stati i primi pour parler per una mia candidatura, la situazione era molto compromessa. Sa avessimo votato un anno fa, non credo sarebbe finita bene, anche perché c’erano stati degli screzi interni. A gennaio ero preoccupato, quasi disilluso, ma strada facendo è cresciuta la consapevolezza di potercela fare e alla fine ero sereno. Ho dormito bene sabato e domenica, mentre lunedì mattina, aspettando i dati, ho scritto la prefazione del libro sulla Valascia. Alla fine, grazie ad un gran lavoro di squadra, che ho molto apprezzato, abbiamo raggiunto il risultato voluto. E io ho provato gioia nel vedere la gioia di tutte le persone che hanno collaborato».

Fra i sentimenti che ha provato dopo il voto, pensando alla sua mancata rielezione al Consiglio degli Stati nel novembre 2019, c’è anche un senso di rivalsa, di rivincita con se stesso?

«Quando si perde, in politica come nello sport, si tende a cercare dei colpevoli, di solito all’esterno. Io la mia analisi l’ho fatta. Ho capito che certe scelte politiche avrebbero potuto essere diverse. Forse quel risultato sarebbe cambiato. Non parlerei comunque di rivalsa. Non mi sono sentito sminuito due anni fa: le mie soddisfazioni le ho avute».

Candidandosi a Lugano aveva pensato cosa avrebbe fatto in caso di un’altra sconfitta?

«Inizialmente, parlandone con lo staff, avevo detto che in quel caso non avrei distribuito colpe. Perdere sarebbe stato un segno che era il momento di passare la mano».

Invece è arrivato il momento di raccogliere il testimone da Angelo Jelmini. Lui in Municipio è stato un mediatore: pensa che sia importante dare continuità a questo suo approccio, o a Lugano serve più decisionismo?

«Una cosa non esclude l’altra. La ricerca del consenso permette di prendere decisioni più in fretta che un clima di polemica o tensione. Mediare quindi non significa perdere tempo, ma guadagnarlo. Poi a livello comunale le commissioni hanno il potere di rallentare molto i dossier, e se non cerca un confronto con i gruppi il Municipio rischia di non raggiungere i suoi obiettivi. A me comunque piace decidere e andare avanti nelle cose».

Tra i municipali con cui lavorerà, quale sente più vicino e quale più lontano rispetto alle sue visioni?

«Mi avvalgo della facoltà di non rispondere (ride, n.d.r.)».

Pensa che alcuni possano temerla per la sua esperienza?

«Mi rendo conto di essere ingombrante, e non solo per la mia volumetria, ma non voglio abusare, fra virgolette, di qualche titolo ottenuto in passato, né venire a fare il professore, o quello supponente. Anche perché in un Municipio non ci sono mai stato. Sono stato consigliere comunale a Minusio per tre anni, dal 1984 al 1987, poi ho dovuto dimettermi perché ero stato nominato direttore del Giornale del Popolo. Dovrò imparare. Come presidente dell’Ambrì Piotta, inizialmente, mi rimproveravano di non capire niente di hockey. Ora non lo fanno più. Del resto non ero venuto per rivoluzionare o bacchettare nessuno: avevo un mandato da svolgere. A Lugano spero di poter aiutare i miei colleghi in certi campi, come i rapporti con la politica e l’amministrazione federale».

In quali dicasteri sente che potrebbe dare di più?

«Anche qui mi avvalgo della facoltà di non rispondere (ride, n.d.r.). Ne parlerò con i colleghi».

Mettiamola così: dei temi che hanno contraddistinto la politica luganese ultimamente, quale l’ha appassionata maggiormente?

«Mi piace vedere realizzati i progetti. Un piccolo neo di Lugano è che non si ‘tira abbastanza in gol’. Forse perché il Municipio non è sempre compatto, il Consiglio comunale si oppone, o i cittadini lanciano un referendum. Spero che in questa legislatura breve si possa vincere la sfida del Polo sportivo, definire l’assetto pianificatorio del lungolago, far avanzare il polo congressuale e risolvere i problemi dell’aeroporto. Ma sarebbe sbagliato focalizzarsi solo sulle grandi opere. L’uscita dalla pandemia sarà difficile, soprattutto per tante persone che hanno perso il lavoro o visto ridursi la loro cifra d’affari».

Lei si è candidato per il PPD e ha vinto. È diventato anche il leader del PPD, o per esserlo manca ancora qualcosa?

«Voglio concentrarmi sul lavoro istituzionale, più che sulle funzioni nel partito. Posso dire che rispetto ad alcuni arricciamenti di naso quando è stata presentata la mia candidatura, mi son sentito sempre più accettato. Si è visto nei risultati e anche nei festeggiamenti. Ho ricevuto 6-700 messaggi».

Venendo lei da Massagno, alcuni hanno sollevato la questione del suo domicilio: si è confrontato con il Comune di Massagno o il Cantone per chiarire qual è il suo principale centro d’interessi?

«Mi sembra che ci siano normative chiare a riguardo. Sono tornato ad essere un cittadino di Lugano e il centro dei miei interessi, professionali ma anche di amicizie politiche e sportive, è Lugano».

A Lugano inizia un nuovo percorso politico: il ruolo di sindaco potrebbe essere il punto d’arrivo?

«(ride, n.d.r.). Sono partito un po’ tardi in questo percorso».

 

 

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